
Art. 101
La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.
Non fate i furbacchioni, vi vedo che ridete sotto i baffi facendo finta di non capire: non vuol dire che il popolo debba decidere se uno è colpevole o no, se è giudicabile o no. Semplicemente significa che la giustizia è, deve essere, indipendente da ogni altra forma di potere (governo, parlamento). Perché? Perché in una democrazia la legge è uguale per tutti. Governanti compresi (vi piacerebbe eh?). Quindi quando si rende giustizia, lo si deve fare in nome del popolo TUTTO.
Chi garantisce l'indipendenza della magistratura? Di certo non la politica, che in questi anni l'ha messa davvero a dura prova. E continua a farlo. Più verosimilmente la Costituzione, sotto attacco continuo anch'essa, e non per caso.
Chi garantisce l'indipendenza della politica? Ci pensa la legge, emanazione diretta della stessa politica, che ha visto scomparire da anni i reati di opinione, che di fatto prevede ancora oggi la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di un parlamentare (istituto presente anche negli altri paesi, dove però la prassi è la concessione dell'autorizzazione, non il diniego, come invece è abitudine in Italia), che insomma, per farla breve, esclude qualsiasi possibilità di ingerenza del potere giudiziario.
La legge italiana è, tra le altre cose, tra le più garantiste del mondo: tre gradi di giudizio, uniti alle mille e più possibilità di attaccarsi ad attenuanti, diavolerie e cavilli di ogni tipo; tutto questo rende l'idea di come ci sia uno sbilanciamento totale in favore della difesa dell'imputato e a discapito dell'accusa, la quale gioca una corsa ad ostacoli (tra i quali la prescrizione dei reati). Per carità, non può che essere così: per mettere un essere umano in galera, devono esistere prove schiaccianti della sua colpevolezza, e su quest'ultima non può certo bastare l'opinione di una persona sola. Ma è del tutto evidente come in Italia la garanzia nei confronti dell'imputato sia spesso sinonimo di garanzia di impunità. Se poi gli imputati fanno le leggi...
Già, perché, come se non bastasse, nel frattempo il parlamento è anche diventato di fatto il mero notaio del governo; è stato svuotato della sua ragion d'essere. Questo falsa tutto già in partenza. Con la legge elettorale vigente, la democrazia è zoppa prima ancora di iniziare a camminare.
Ciò che più è interessante è il secondo comma dell'articolo 101: I giudici sono soggetti soltanto alla legge. Che viene fatta applicare dai giudici stessi. Si potrebbe pensare ad una specie di conflitto di interessi. Buona parte della politica italiana naturalmente batte molto su questo tasto, invocando separazione delle carriere tra pm e giudici, dalla quale si arriverebbe più facilmente alla totale dipendenza dei primi dal potere esecutivo. Che in fondo è la sola cosa che interessa.
La magistratura pare invece, probabilmente per la sua natura, saper eliminare efficacemente le mele marce al suo interno, molto più della politica, sempre pronta a fare scudo bipartisan, attorno al collega "perseguitato" di turno. Insomma, la magistratura si giudica da sé e lo fa bene, se si pensa ai tanti giudici corrotti indagati, inquisiti e condannati della storia recente.
Giudicare ci rende antipatici. Farsi giudicare ci rende forti. Sempre che non si abbia qualcosa da nascondere.
Chi garantisce l'indipendenza della magistratura? Di certo non la politica, che in questi anni l'ha messa davvero a dura prova. E continua a farlo. Più verosimilmente la Costituzione, sotto attacco continuo anch'essa, e non per caso.
Chi garantisce l'indipendenza della politica? Ci pensa la legge, emanazione diretta della stessa politica, che ha visto scomparire da anni i reati di opinione, che di fatto prevede ancora oggi la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di un parlamentare (istituto presente anche negli altri paesi, dove però la prassi è la concessione dell'autorizzazione, non il diniego, come invece è abitudine in Italia), che insomma, per farla breve, esclude qualsiasi possibilità di ingerenza del potere giudiziario.
La legge italiana è, tra le altre cose, tra le più garantiste del mondo: tre gradi di giudizio, uniti alle mille e più possibilità di attaccarsi ad attenuanti, diavolerie e cavilli di ogni tipo; tutto questo rende l'idea di come ci sia uno sbilanciamento totale in favore della difesa dell'imputato e a discapito dell'accusa, la quale gioca una corsa ad ostacoli (tra i quali la prescrizione dei reati). Per carità, non può che essere così: per mettere un essere umano in galera, devono esistere prove schiaccianti della sua colpevolezza, e su quest'ultima non può certo bastare l'opinione di una persona sola. Ma è del tutto evidente come in Italia la garanzia nei confronti dell'imputato sia spesso sinonimo di garanzia di impunità. Se poi gli imputati fanno le leggi...
Già, perché, come se non bastasse, nel frattempo il parlamento è anche diventato di fatto il mero notaio del governo; è stato svuotato della sua ragion d'essere. Questo falsa tutto già in partenza. Con la legge elettorale vigente, la democrazia è zoppa prima ancora di iniziare a camminare.
Ciò che più è interessante è il secondo comma dell'articolo 101: I giudici sono soggetti soltanto alla legge. Che viene fatta applicare dai giudici stessi. Si potrebbe pensare ad una specie di conflitto di interessi. Buona parte della politica italiana naturalmente batte molto su questo tasto, invocando separazione delle carriere tra pm e giudici, dalla quale si arriverebbe più facilmente alla totale dipendenza dei primi dal potere esecutivo. Che in fondo è la sola cosa che interessa.
La magistratura pare invece, probabilmente per la sua natura, saper eliminare efficacemente le mele marce al suo interno, molto più della politica, sempre pronta a fare scudo bipartisan, attorno al collega "perseguitato" di turno. Insomma, la magistratura si giudica da sé e lo fa bene, se si pensa ai tanti giudici corrotti indagati, inquisiti e condannati della storia recente.
Giudicare ci rende antipatici. Farsi giudicare ci rende forti. Sempre che non si abbia qualcosa da nascondere.
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