
Ore 22 e 30.
Troppo presto ancora per andare a dormire. I pollici girano. La testa è immobile. Uno scatto d'orgoglio: dal divano al frigorifero. Capperi da troppo tempo in fondo a destra; maionese dal colore indefinibile, qualcosa tra il verde e il marrone; pomodori con rughe d'espressione; birra senza bollicine e forse anche senza birra. Torno sul divano.
Ore 23 e 15.
Percepisco delle basse frequenze. Al piano di sotto dev'esserci una festa. Per un attimo mi balena in testa l'idea di unirmi. Poi mi do un'occhiata. E quell' idea svanisce subito. Come minimo dovrei farmi una doccia e già questo potrebbe bastare per decidere di rimanere. E anche qualora racimolassi le forze per lavarmi, trovare qualcosa di pulito da mettermi sarebbe impresa da titani. Nell'armadio c'è rimasta una camicia hawaiana che non metto dalla cena dei cento giorni del liceo, mentre nella cassettiera c'è quel solito paio di mutande da combattimento, che, poverine, rimangono sempre per ultime visto che sono almeno due taglie sotto la mia e mi lasciano immancabilmente la scritta uomo sulla vita. Che, c'è da dire, può sempre tornare utile averci scritto uomo sulla vita: se capita che qualcuno non ci crede, ti abbassi leggermente i jeans e sfoderi la prova.
Ore 23 e 59.
Non è di certo l'ultimo dell'anno. Non so che giorno sia di preciso ma so per certo che non è l'ultimo dell'anno. Eppure voglio stappare qualcosa per festeggiare. Non ho lo spumante. Vabbè, allora voglio far scoppiare qualcosa. No, niente, non ho i petardi. Cosa diavolo mi potrei inventare. Mancano pochi secondi...
...ecco, trovato, farò un fioretto. Una di quelle cose che si dicono come propositi per l'anno che viene, del tipo, smetterò di fumare, smetterò di bere e altre boiate del genere. Ma io voglio essere originale (come al solito) e individuo là, in fondo al tunnel, la luce: questa luce mi dice forte e chiaro: "Devi smettere di smettere!". Smettere di smettere. Per un attimo mi arrovello sull'ipotesi che il secondo smettere sia in realtà attaccato a quel di (e forse anche da quel dì?), e formi così un secondo predicato, dal senso totalmente diverso dal primo: dismettere. Ciò che dovrei mettere in pratica col mio fioretto sarebbe in quel caso quindi un ciclo continuo, quasi ossessivo, di azioni da terminare e poi disfare, traformandomi però in un tipo di persona che in fondo non sono, La persona perfettamente ancorata al presente, con pochi dubbi e molte certezze (forse troppe, per noi inguaribili romantici). E così decido di scartare quest'ipotesi focalizzandomi sulla seconda. Il cui senso è forse anche più immediato: devo smetterla di fare l'inconcludente e, finalmente, portare a termine una, una sola almeno, delle cose che comincio. Senza trincerarmi ogni volta dietro alla scusa che Noialtri esseri superiori non ci abbassiamo a terminare le cose, Noialtri aspiriamo al Tutto, le singole cose ci fanno un baffetto. In ogni balcone c'è una bocca che ci innamora.
Ore 01 e 37.
Non sono sicuro ma potrei anche aver dormito - o una cosa molto simile - per qualche minuto. Lo so quasi per certo perché ho sognato. Ma come sempre non ricordo cosa. Ci si sente veramente degli stupidi e inutili vermi a non ricordarsi mai i propri sogni. A volte si ha la tentazione di inventarseli, tanto grande è la frustrazione. Difatti dopo poco mi viene in mente il sogno che ho appena fatto. Uno dei miei sogni ricorrenti: in pratica ho un appuntamento e sono in ritardo. Devo sbrigarmi. Ma non so come né perché, non riesco a sbrigarmi. Mi fermo a fare mille altre cose, ma di dirigermi verso l'appuntamento non se ne parla proprio. Mentre faccio le altre cose però non mi passa mai di mente il mio impegno. Anzi, avercelo ben presente mi suscita una stabile angoscia. Non so ma credo comunque che Freud avrebbe dedotto che da piccolo volevo farmi mia nonna. Senza neanche conoscerla.
Ore 03 e 05.
Ho pure finito le sigarette. Non mi resta che la mia ultima spiaggia. Visto che di dormire non se ne parla. Da piccolo ideai questa strategia per le notti più ostiche. Scendevo giù dal letto e scivolando, andavo a mettermi sotto alle doghe in legno, già , proprio in quell'angusto spazio che si crea tra il pavimento e il materasso. Là, dove si danno sempre appuntamento rotoli di polvere, pallette e palline, penne, fogli, tappi e calzini spaiati. Là, dove girarsi per cambiare posizione è impossibile, perché non c'è proprio spazio fisico per farlo, quindi come ti andrai a mettere lo decidi prima di entrare e poi non puoi più cambiare idea. Io scelgo sempre la posizione supina. Perché non lo so, credo mi faccia sentire più protetto.
Ore 06 e 52.
20. 19. 17. 21. Ogni volta mi torna un risultato diverso. So solo che ormai il sole è sorto e io ancora non so dire il numero preciso delle doghe del mio letto. E non ho chiuso occhio. Scivolo fuori. Barcollo verso la cucina. Mi faccio un caffè. Lo specchio è più impietoso del solito. Mi squadra. Non ho la forza di reagire. Mi faccio fuori tutta la moka. Quando soffri di insonnia, il caffè ha l'effetto esattamente contrario a quello che ha di norma: favorisce il sonno. E' davvero un toccasana. Come il sole. E il traffico cittadino. I telegiornali. I genitori in apprensione. Gli impegni. Tutti, nessuno escluso, dei gran bei toccasana. Il solo pensiero mi ammazza. Il sonno mi travolge. Buongiorno.
