mercoledì 19 maggio 2010

PROVA DI RESISTENZA

Esco dal lavoro, mi dirigo verso la macchina e noto una vecchietta che già in precedenza avevo intravisto alla fermata dell'autobus. Ma l'autobus non era passato e lei era ancora lì con le sue valigie. "Ora mi chiede un passaggio", penso rassegnato.

"Giovane!", mi chiama.
"Ecco, lo sapevo".

"Mi direbbe l'ora?".
"Uff, pericolo scampato...ehm, sono le sette e mezzo".
"Grazie!".
"Prego".
"Va verso la stazione per caso?".
"..."

E mentre lei si accomoda in macchina penso che dovrò rinunciare ad ascoltare la mia solita musica a tutto volume, fumarmi la mia sigaretta ("Le dà fastidio se fumo?". "Sì"; ecco appunto) e farmi i miei consueti viaggi mentali. Non che mi scocci esser d'aiuto al prossimo, per carità, anzi, di passaggi a sconosciuti ne ho dati svariati (e anche ricevuti, a dirla tutta); però si sa come funziona, bisogna per forza conversare, stare composti, guidare in un certo modo per non far pentire amaramente l'avventore di essere salito sulla tua auto (il pentimento di solito si manifesta con mani che iniziano ad aggrapparsi ovunque, occhi che roteano, sudarella, ma nei casi più gravi ci si avventa contro il guidatore brandendo un fazzoletto moccicoso); insomma, c'è un bon ton anche per il PDPA (Perfetto Datore di Passaggi Automobilistici).

La vecchietta di oggi però è particolarmente fastidiosa. E il mio charme è messo a dura prova. Inizialmente si limita ad un paio di battute sarcastiche sul caos che vige nella macchina, quasi a biasimarmi che dia passaggi a sconosciuti con in dotazione un cesso ambulante del genere. Da parte mia, aplomb inglese quasi commovente, dico solo questo. Mi meraviglio di me stesso. Di solito già questo livello di provocazione è sufficiente perché parta con le mie frecciatine (che capisco solo io, tra l'altro). Invece no. Voglio godermi lo spettacolo visto che la vecchietta sembra davvero combattiva.

"Deve prendere il treno?", le chiedo con la voce forzatamente impostata sull'opzione -gentile-.
"Le ho chiesto se va alla stazione, sono carica di bagagli, faccia un po' due più due!".
"Dunque dunque...deve prendere il treno!". Meraviglioso. "E dove va di bello?".
"Non penserà mica che sia obbligata a risponderle solo perché siamo sulla sua auto!".
"Lasciamo stare i formalismi, mi dia pure del tu!".
"Non faccia tanto lo spiritoso, che non è proprio il caso!".

Senza falsa modestia, credo di cominciare a starle simpatico.
"In ogni caso vado a Roma, ho il treno tra dieci minuti e devo ancora fare il biglietto. La pregherei di accelerare, se non chiedo troppo."
"Roma! Nel Lazio eh?".

Accelero.

"Lei è comunista, non è vero?".
Accidenti. Questo però è gioco sporco. Passare al contrattacco in questo modo, buttandola in politica poi! Alcuni secondi interminabili. Poi ci pensa lei a rincarare la dose: "Glielo dico io: lei è uno di quei parassiti della società, uno di quelli che ai miei tempi sarebbero stati schiaccati come uno scarafaggio, e invece oggi fanno il bello e il cattivo tempo sulle spalle degli altri. Vi riconosco immediatamente. Scommetto che è anche ateo. Va di moda tra voialtri. Vi metterei in riga io, vi metterei. E non corra!!!".
"Ma..."
"Le ho detto di accelerare solo perché volevo passare il minor tempo possibile con lei, il treno è tra un'ora! Per fortuna siamo quasi arrivati". Adesso mi pare un tantino esagerata. Per un attimo mi viene la tentazione di risponderle per le rime. Ma sono ormai calato nella parte del pungiball sorridente: prendo i cazzotti, vado giù, e quando torno su ho sempre lo stesso sorriso ebete.

"E poi, se lo lasci dire, guida davvero da cane. Ma chi le ha dato la patente!?".

Ecco, ha passato il segno. Se c'è una cosa che odio è che mi si giudichi per come guido, anche perché è oggettivo che guido da DIO! Ora gliene dico quattro: "Senta un po'...'".

A questo punto, prima ancora che possa partire con la mia invettiva, il nostro sguardo si incrocia. Noto qualcosa di strano. Lei gira subito la testa. Sembra in difficoltà, come chi è colto in una situazione imbarazzante e teme di poter essere smascherato.

Vorrei ridere di gusto, ma mi trattengo. Anche perché ormai siamo a destinazione. Mi accosto, scendo dalla macchina; lei fa altrettanto. Faccio per scaricare le valigie, ma lei me le strattona di mano.
"E dai su, ormai siamo arrivati, penso che possa bastare", le dico.
"Vabbè, ma ormai era giusto portarlo avanti fino all'ultimo".
"Come sono andato?".
"Che dire. Complimenti e...scusa".
"Niente scuse. Anzi, grazie".
"Di niente. A presto".
"A presto e buon viaggio, sperando che...possa deragliare il treno".
"Sottoscrivo".

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