venerdì 14 maggio 2010

OCCASIONI INASPETTATE


Una fresca sera d'estate. Buoni amici che si ritrovano. Carne alla brace e vino. Questo è il programma. Ma tu sei indeciso perfino se andare o no.

Ti capisco. Ti capisco perché ci sono dei giorni che iniziano male e finiscono peggio. Se non ci si sente in vena e per natura si è un po' schivi, è meglio stare alla larga da qualsiasi forma di vita, tanto più se si tratta di un gruppo di amici affiatato e allegro, ma di quell'allegria incontestabile, quasi sorda, di sicuro fastidiosa per uno come te.

Divertente immaginarti sdraiato sul letto che guardi il soffitto e lasci che le ragioni del -sì, ci vado- facciano a cazzotti con quelle del -no, me ne sto a casa-. E quando sembra che le prime soccombano, un colpo di reni le rialza da terra. Che fare dunque?

Magicamente, mentre ancora ti arrovelli, ti guardi intorno e scopri che sei lì. Proprio accanto ai tuoi amici. Con i capelli affumicati e ubriaco fradicio. Ti capisco un po' meno. Perché hai voluto forzarti a tal punto? Per la fatica di dover dare spiegazioni del tuo forfait? Per una strana pulsione autolesionistica?

Inizialmente la tua scelta viene premiata. La serata scorre gradevole; certo, tu mantieni ben saldo dentro di te il tuo malessere, ma perlomeno il contesto non pare risentirne. Ti domandi se facciano finta di non notare il tuo stato d'animo o se proprio non se ne accorgano: e, dando per buona questa seconda ipotesi, se non dovresti riconsiderare il valore dell'amicizia che vi lega.

Ecco. Sapevi che sarebbe arrivato questo momento, sapevi che non avresti dovuto dare importanza ai tuoi pensieri, proprio perché falsati dalla tua inquietudine. E poi, figuriamoci se è il momento di mettersi a discutere il valore dei tuoi amici. Hanno solo voglia di divertirsi, apprezza almeno il fatto che non pretendano la tua partecipazione attiva alla festa. Detto fatto.

All'ennesimo bicchiere la tua lucidità ormai è andata a farsi friggere. Per questo non sai se è un'allucinazione o la realtà la chitarra che giace sulle tue ginocchia. Gli amici che gridano il tuo nome a ripetizione pregandoti di suonare però sono inequivocabilmente veri. Non dire che non sapevi neanche questo: prima o poi te l'avrebbero chiesto, è ovvio. Ho il forte sospetto anzi, che tu, consciamente o meno, non lo volessi.

Un attimo di smarrimento, poi ti limiti a un rifiuto secco ma decentemente educato. Insistono. Non sanno, poverini, che stanno andando incontro alla tua ira. Che non tarda a manifestarsi in tutta la sua potenza. Mentre te ne vai sbattendo la porta e barcollando per i fumi dell'alcool, nel giardino della casa si percepisce solo lo scoppiettìo dei carboni ardenti.

Non so ancora come sei riuscito ad arrivare a casa, so che tua moglie al mattino non ti ha trovato accanto a sé nel letto. Per scelta o per mancanza di forze, ti sei fermato al garage. C'è un vecchio tavolino di legno, con una sedia scassata, che emerge dal caos: da bambino hai visto bene di incidervi con un coltellino, regalo di tuo padre, il tuo nome: FABRIZIO. Quella notte, amico fragile, su quel tavolino, hai scritto alcune parole, che recitano così:


Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d'attenzione e d'amore
troppo, "Se mi vuoi bene piangi "
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo d'era
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te"
"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta."
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po' di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

Nessun commento:

Posta un commento